06 settembre 2016

Zero intervista gli Ultravioletto

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Quattro opere per altrettanti siti storici nei dintorni di Piazza Navona. L’edizione 2016 di ROmap si presenta così, forte anche dell’invidiabile riscontro di pubblico che ha avuto quella di debutto, svoltasi l’anno scorso. Due lavori saranno internazionali, due porteranno la firma di altrettante belle realtà romane che si muovo nel mondo delle arti digitali e dell’interazione audio/video: Quiet Ensemble e Ultravioletto (facebook.com/ultravioletto). Questi ultimi ripenseranno gli spazi di Palazzo Altemps attraverso l’installazione 405 Dialogues – realizzata grazie alla co-produzione di ROmap – dove 405 (nanometri) è la lunghezza d’onda della luce visibile in questo lavoro, che sarà proiettata da ben 100 laser.

Ne abbiamo approfittato per farci illustrare 405 Dialogues direttamente dai suoi ideatori e anche per conoscere la loro storia.

Riassunto delle puntate precedenti, come e quando nasce il progetto Ultravioletto? Qual è la sua storia?
Ultravioletto: Ultravioletto è un team che nasce con l’intenzione di mettere a fattor comune ispirazioni artistiche e ricerca visuale nell’interaction design, a cui si sommano una sensibilità affine nella sperimentazione di nuove modalità d’interazione e una comune percezione della semantica visiva hanno dato vita a questo nuovo percorso. In tutte le nostre creazioni artistiche la dimensione analogica del nostro background è il punto di partenza: per noi rappresenta un mondo da completare e arricchire con quella parte digitale che riteniamo necessaria per costruire un linguaggio capace di esaltare l’esperienza. L’aspetto analogico – composto da apparati meccanici, sensori fisici, cinetici e il relativo approccio fisico – assieme alla controparte digitale, creano un perfetto equilibrio esperienziale tra opera e spettatore.

Vi ricordate il primo lavoro che avete fatto?
Il primo lavoro firmato Ultravioletto è stato realizzato per il Festival del Cinema di Roma, nel 2015, sotto la direzione artistica dei nostri amici dei Quiet Ensemble. Per quell’occasione abbiamo ideato un’opera che puntava a modificare la percezione di uno spazio storicamente ben definito come quello delle Terme di Diocleziano. Abbiamo ricreato un’ambientazione di light design fatta da proiezioni, luci, mapping e audio: venti proiettori in rete, controllati da un unico tablet sul quale abbiamo implementato un’interfaccia di gestione.

Quello a cui lavorerete in futuro, dopo ROmap?

In contemporanea con ROmap stiamo presentando un’installazione interattiva immersiva per la Mostra del Cinema di Venezia. Stiamo anche ultimando delle soluzioni interattive per arricchire il percorso museale all’interno del Castello Federico II di Manfredonia. Per quanto riguarda il nostro lavoro nelle live performance, a fine settembre partirà il tour mondiale del nuovo spettacolo della compagnia danese dell’Odin Teatret diretta da Eugenio Barba per cui abbiamo sviluppato il software di controllo del sistema scenico disegnato dall’architetto Luca Ruzza. E poi vogliamo valorizzare 405 Dialogues, anche nell’ambito altri festival affini.

Arriviamo allora a 405 Dialogues: di cosa si tratta? Da una prima occhiata sembra che i due elementi principali siano geometria e luce, è così?
Il nostro linguaggio si focalizza sull’utilizzo della luce nelle sue molteplici forme. La scelta dei laser è stata per noi una scelta radicale proprio per il tipo di emissione luminosa che li contraddistingue: un fascio di fotoni che delimita e taglia uno spazio in modo netto. Con 405 Dialogues il nostro intento è quello di esplorare il rapporto tra la luce e lo spazio e la generazione degli artefatti comunicativi che nascono dall’interazione tra questi due elementi. 405 nanometri è la lunghezza d’onda della luce visibile in questa installazione: un flusso etereo di 100 laser in continua evoluzione che dialogano con lo spazio.

Dovendoci lavorare a stretto contatto, cosa vi ha affascinato di più di Palazzo Altemps?
Realizzare un progetto all’interno di luoghi storici e architettonicamente rilevanti è sicuramente stimolante. In questo, essere di base a Roma rende tutto molto più facile. Ci siamo avvicinati a uno spazio come quello di Palazzo Altemps con rispetto e fascinazione, cercando di mettere in primo piano l’architettura. Con i suoi giochi di luce, 405 Dialogues aiuta lo spettatore a leggere l’architettura del chiostro e ad apprezzarne i particolari. L’opera dialoga con la geometria degli spazi senza fagocitarli. L’utilizzo dei laser reinterpreta linee e dimensioni, dando vita a una comunicazione armoniosa tra lo spazio e la luce.

Cosa cambia nel vostro approccio all’opera il fatto di doversi confrontare con un qualcosa di già esistente?
Il processo di progettazione e ideazione dei nostri lavori si basa su un flusso costante di sovrapposizione di elementi costitutivi di senso e significato. L’equilibrio finale è dato dalla tensione scaturita dallo spazio che ci viene dato e il nostro intervento autoriale. Che sia uno spazio “vergine” o un’architettura già esistente il nostro approccio è il medesimo, ciò che cambia sono le sensibilità e le intenzioni.

A Roma avete già esposto e realizzato altri lavori? 
A Roma abbiamo realizzato davvero tante installazioni e performance. Citiamo quelle che ricordiamo e che hanno segnato di più il nostro percorso artistico. Prima fra tutte la riapertura del bellissimo colonnato del Tempio di Adriano con una performance teatrale sotto la direzione artistica di Albertazzi, realizzando un’ibridazione tra musica elettronica contemporanea e la sua teatralità: un grande attore che metteva in scena una grande opera letteraria, Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Nel biennio 2006/2007 per la Notte Bianca abbiamo partecipato all’evento di riapertura del Palazzo delle Esposizioni e di Villa Torlonia con un’installazione interattiva e di projection mapping. Ricordiamo con molto affetto anche le sperimentazioni visuali interattive realizzate negli spazi del Rialto, un luogo che ci ha sempre lasciato una completa libertà d’espressione e che ci ha fatto crescere nel nostro percorso artistico.

C’è un luogo di Roma dove vi piacerebbe realizzare un’installazione? Cosa ci realizzereste?
Le piscine del Coni al Foro Italico e la Centrale Montemartini via Ostiense sono le due location romane che più ispirano/solleticano la nostra immaginazione. Le idee su cosa potremmo realizzarci sono chiare, ulteriori dettagli sono invece top secret!

Conoscete già gli altri artisti che parteciperanno assieme a voi a ROmap? Quale opera siete più curiosi di vedere tra le altre tre presenti?
Conosciamo i Quiet Ensemble e siamo sicuri che la loro installazione sarà un altro segno distintivo della loro poetica e della loro visione artistica. Gli altri artisti non li conosciamo, saremo quindi anche noi spettatori curiosi che si augurano di essere piacevolmente stupiti da soluzioni innovative e coinvolgenti.

Avete partecipato o semplicemente visto altre iniziative simili a ROmap quest’anno? 
A gennaio siamo stati a Berlino, ospiti del primo meet up europeo di TouchDesigner (un framework di sviluppo per applicazioni multimediali, ndr). È stata per noi l’occasione di dare un volto a numerose realtà internazionali con cui siamo in contatto da anni. Abbiamo potuto presentare nel dettaglio il case study di un’installazione far parte di una tavola rotonda assieme a “mostri sacri” tra i quali Obscura Digital, Sila Sveta e Tundra.

Avete un artista a cui vi ispirate? Coincide con il vostro artista preferito?
Seguiamo e supportiamo davvero tante realtà e tanti artisti attivi in quel campo che possiamo in modo restrittivo definire come “new media arts”. E diciamo “supportiamo” perché ne diamo risalto su interactivedesign.it, un digital hub che curiamo dal 2008, nato per esplorare e aggregare interesse verso i nuovi linguaggi comunicativi, in cui sono raccolti progetti, tools e piattaforme al confine tra arte e new media technology.

Tra gli artisti “colleghi” di Roma chi sono quelli che apprezzate di più?
Ancora un volta diciamo i Quiet Ensemble. Rappresentano una delle più pure forme d’espressione artistica contemporanee: due bei ragazzi che non hanno paura di rimettere in discussione le loro convinzioni, evolvendo la loro estetica regalandoci nuove emozioni ad ogni nuovo lavoro.

Nicola Gerundino

Articolo Originale